A Torino Malcolm Holcombe, un poeta blues dall’anima antica (5 febbraio) 04 / 02 / 2010 - Capita ogni tanto di ricevere segnalazioni dai soci del FolkClub su artisti che essi ritengono di particolare valore. A volte il nostro giudizio non corrisponde al loro, altre l’artista non è disponibile, in alcuni casi a un giudizio positivo da parte nostra corrisponde una disponibilità dell’artista, e il gioco è fatto. È il caso di Malcolm Holcombe, che non conoscevamo e che un socio ci ha segnalato qualche mese fa; siamo andati a cercarci le sue canzoni, ci sono piaciute molto, così come il suo modo tutto personale di stare sul palco. Abbiamo così contattato il suo manager americano per scoprire che Malcolm sarebbe stato in tour in Italia a inizio 2010, e non ce lo siamo lasciati scappare.
Malcolm Hollcombe cresce a Weaverville, un paesino dei Monti Appalachi, nella Carolina del Nord, tra boscaioli e vicini che suonano la chitarra elettrica davanti a casa. È un appassionato di programmi musicali televisivi, così la madre gli compra al supermercato una chitarra e un libro di accordi. Dopo la morte di entrambi i genitori, Malcolm, nella migliore tradizione americana, si mette “sulla strada” con una rock band, i Redwing. E la strada lo porta a Nashville, dove trova lavoro in una caffetteria. Tra la preparazione di un hamburger e l’altro, trova il tempo per esibirsi per gli avventori, che rimangono conquistati dal suo stile innovativo, grezzo, carico di blues e di soul. Dopo il promettente esordio discografico con A far cry from here (1994), nel ‘96 firma un contratto per la Geffen Records, e lavora a un nuovo cd, sembra la svolta per la sua carriera, ma la situazione precipita. Holcombe si lascia trascinare nel vortice dell’alcolismo, non riesce a tenere fede ai suoi impegni e la Geffen rinuncia a pubblicare il suo disco (che uscirà soltanto nel ‘99 col titolo, significativo, di A hundred lies). Segue un periodo buio, tra sbronze e depressione, in cui Malcolm tira a campare. Poi il ritorno in North Carolina e il taglio netto con l’alcool lo rimettono in carreggiata. Autoproduce una serie di dischi di ottima qualità (Another Wisdom nel 2003, I never heard you knocking nel 2005 e Not forgotten nel 2006) che lo rimettono all’onor del mondo musicale. Con Gamblin’ house (2007) riceve finalmente l’apprezzamento e l’attenzione della critica americana, con ottime recensioni su Rolling Stone, Wall Street Journal, Billboard Magazine, e partecipazioni ai più importanti programmi radio e tv americani. L’album rimane per ben 9 settimane nella Top 20 della American Music Association. Al FolkClub, con la sua chitarra suonata in un personalissimo fingerpicking, Holcombe presenta il suo ottavo disco (For The Mission Baby – 2009) che vede la partecipazione di artisti come Tim O’Brien, Mary Gauthier, Siobhan Maher.
...non proprio country, da qualche parte oltre il folk, la musica di Holcombe è una specie di blues in movimento, alla ricerca degli angoli più oscuri del cuore... (Rolling Stones Magazine)
Le sue canzoni si muovono tra tormento e tenerezza, il suo stile parte dal folk per spaziare tra country e blues, la sua voce è calda e roca. Un personaggio da scoprire.
Malcolm Hollcombe Un poeta blues dall’anima antica
Quando?
Costo?
Dove?
- Folkclub
via Perrone 3/bis, Torino
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Commenti dei Lettori
- Abullyhusbamb - Molto intiresno, grazie
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