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Aspettando Godot, al Teatro Araldo L'interezza non è il mio forte (15-16 dicembre)


13 / 12 / 2011 - L'interezza non è il mio forte è ospite del cartellone del Teatro Araldo con la prima del nuovo spettacolo "Aspettando Godot", attualizzazione civile del testo di Beckett. Per riflettere di stati d'animo collettivi, di attese che celano immobilisimi, di tentativi di fuga da una crisi economica ed esistenziale sempre più profonda, di paura del cambiamento e del futuro. Un "Aspettando Godot" non rifatto, ma odierno. Non stravolto, ma dritto addosso. Per ridare vita, calore ed energia ai contenuti del testo, paradigmatici ed al tempo stesso sorprendentemente vicini.

La sospensione tra ansia e inazione è nella nostra epoca un atteggiamento mentale sempre più diffuso. Una sorta di stato d'animo collettivo. In un contesto di crisi economica e paura del futuro, di prospettive incerte, di sgretolamento dei punti di riferimento soliti, l'uomo contemporaneo si rifugia nell'immobilismo: c'è chi sceglie l'evasione, la fuga dalla realtà con ogni mezzo disponibile, chi la chiusura e il ripiegamento vittimistico, chi ancora il pessimistico abbandono a fantasiose prospettive di catastrofe.

Ma non si deve dire. Meglio non accorgerci dell'angoscia, del senso di vuoto che ci attanaglia. Meglio non pensare troppo, per non rischiare di doverci mettere in discussione, di smuoverci, di mettere in atto un cambiamento.
Chi dà voce e corpo a questo malessere deve essere etichettato come deviante, scomodo, pericoloso, e và ricondotto nell'alveo della normalità. Quella stessa normalità alienante che è all'origine del disagio.
E così il problema viene ridotto ad una questione di contenzione psichiatrica, farmacologica o tutt'al più di ordine pubblico. La bibbia degli psichiatri, il DSM, si amplia sempre più: depressione post vacanza, ansia da cellulare, tristezza da cassaintegrazione, angoscia da licenziamento, dipendenza da social network, stress, paranoie catastrofiste. Tutto è ricondotto ad una precisa patologia, tutto può essere curato con un farmaco.

Il cambiamento, la possibilità di un radicale rovesciamento di prospettive, stile di vita e abitudini è visto con terrore. Si ha angoscia del nuovo, del diverso. Si ha paura di metter fuori la testa dal proprio piccolo microcosmo esistenziale, per andare incontro agli altri e alla vita: meglio circondarsi di oggetti inutili, di rumori assordanti, di emozioni preconfezionate piuttosto che accogliere il senso di vuoto e di inutilità e tentare di comprenderne il senso. Meglio dedicarsi a qualsiasi cosa non faccia pensare, lasciando a qualcun altro il compito di pensare in vece nostra. Meglio aspettare. Ci sarà sempre un sabato sera con gli amici, una vacanza estiva, un aldilà dove potremo sentirci finalmente felici e liberi.

Vladimiro ed Estragone sono personaggi emblematici di una crisi che sembra non avere sbocchi. Si lamentano, litigano, pensano di separarsi, ma alla fine rimangono dipendenti l'uno dall'altro. Statici, gironzolano intorno ai loro sconnessi pensieri, quel tanto che basta per avere l'impressione di esistere. Senza direzione, senza alcuno scopo che non sia quello di attendere passivamente. Nella convinzione che non fare niente sia in fondo la scelta più sicura.
Tutto quello che succede, pur nella sua assurdità, è frutto del caso e non di una scelta, come la sconvolgente apparizione delle misteriose figure di Pozzo e Lucky, rappresentazione di un'umanità distorta dalla violenza verbale, fisica e psicologica.

Chi o cosa Vladimiro ed Estragone aspettino, di preciso, non è dato saperlo: il vero protagonista della messa in scena, Godot, non appare mai. Viene solo evocato, come un qualcosa o qualcuno che, quando arriverà, potrà finalmente determinare un cambiamento, una svolta. Innumerevoli interpretazioni sono state elaborate a proposito dell'identità e della natura di Godot: tutte vere, tutte false. Godot non si può manifestare sulla scena come nella vita non può esistere un cambiamento senza consapevolezza, senza scelta, senza azione. Beckett stesso diceva "se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione". La forza e l'attualità dell'opera, forse, stanno proprio in questo.

Dal 2003 ad oggi, L'interezza non è il mio forte (http://www.interezza.it) ha messo in scena circa 40 titoli, raggruppati in progetti spettacolo diversi per tipologia e contenuto, dal femminile politico e sociale alle storia dei NoTav, dallo sguardo tagliente di Gaber a quello poetico irriverente di De Andrè, dai racconti della Diaz al G8 di Genova alle guasconerie cialtrone dei saltimbanchi che parlano di globalizzazione. Il teatro è arte sociale, civile, quella forma d'arte che si occupa e si preoccupa delle questioni degli uomini, portando sul palcoscenico frammenti di storia collettiva così come interrogativi attuali e quotidiani, non solo per raccontare fatti, ma per far riflettere nella direzione dell'impegno civile. Il teatro è per Interezza teatro civile.

Quando?
15 e 16 dicembre - ore 21

Costo?

  • 10 euro

Dove?

  • Teatro Araldo
    via Chiomonte 3/a, Torino

Info


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