24 / 10 / 2011 - Unione Industriale di Torino - Convegno Internazionale “Make It In Italy”. Sergio Marchionne:
Non sono qui per dare lezioni a nessuno, ma semplicemente per condividere con voi una serie di riflessioni su ciò che è successo nel settore automotoristico internazionale negli ultimi dieci anni e, in particolare, negli ultimi tre o quattro.
Si tratta di cambiamenti storici, che hanno avuto un impatto fondamentale e duraturo sulle strategie della Fiat, costringendo un’azienda, che è stata protagonista dello sviluppo industriale di questo Paese per più di 112 anni, a mutare piani, obiettivi e tattiche, per necessità di sopravvivenza.
Nonostante lo tsunami, finanziario e industriale, che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, la Fiat è rimasta fedele ad alcuni principi, che proprio per la sua storia e per il senso di appartenenza a questo Paese, sono rimasti immutati.
Faccio riferimento alle parole che usai in quello che adesso appare un lontano 2006, in occasione della mia prima partecipazione all’assemblea generale dell’Unione Industriale di Torino, in questa stessa sala.
“Se una società liberale deve continuare ad esistere, è nel suo interesse appoggiare le persone che soffrono le conseguenze che derivano dalle trasformazioni causate dai movimenti dei mercati. Questo si basa sulla premessa fondamentale che esistono dei fattori fuori dal controllo e dalla responsabilità individuale che possono generare sofferenze e situazioni di grande difficoltà. Queste persone hanno bisogno di sostegno, al fine di permettere loro di trovare nuovo lavoro e mantenerli integrati nella società.
Un’intera gamma di misure è potenzialmente disponibile, tutte quante sono perfettamente compatibili con una società aperta, libera e in libero mercato.
L’Europa può e deve distinguersi nella creazione e nella gestione dei liberi mercati riconoscendo e trattando in modo efficace ed equo le conseguenze del loro funzionamento sui
cittadini”.
Questa era la premessa di un ragionamento molto più ampio. La nostra azienda non stava basando il proprio turnaround sullo spargimento di sangue, che i mercati finanziari sembravano cercare avidamente, ma aveva identificato altrove l’origine delle grandi perdite operative.
Nel 2004 la crisi della Fiat era dovuta ad un problema tutto interno all’azienda. Era rimasta per troppo tempo isolata e chiusa su se stessa e in qualche modo anche protetta tra le mura domestiche. Aveva perso il contatto con la realtà del mercato.
In quel momento, non si rendeva conto che la sua sopravvivenza dipendeva semplicemente dalla sua capacità di competere.
Il corpo manageriale era congelato in una struttura gerarchica e verticale, dove le decisioni erano lente e il modo di gestire aggiungeva solo complessità ad un business già difficile.
Quello che abbiamo fatto è stato smantellare la rigidità dell’organizzazione, creandone una piatta e veloce.
Siamo tornati a mettere il cliente e il prodotto al centro della nostra strategia.
Ma la cosa più importante è che abbiamo introdotto un nuovo concetto di leadership, quale elemento chiave per la gestione delle persone e del cambiamento. Questo ha permesso di avviare un percorso di crescita straordinaria, che ha portato la Fiat a sostenere i ritmi del mercato, a guadagnare quote e a macinare utili.
Tanto che nel 2008 abbiamo raggiunto il più alto risultato della gestione ordinaria in quelli che allora erano 109 anni di storia della nostra azienda.
Da perdite superiori ai 2 milioni di euro al giorno nel 2004, weekend compresi, siamo passati a circa 10 milioni di euro di utili al giorno nel 2008, weekend compresi.
Quello che è emerso da questa esperienza è che le vere cause delle grandi perdite operative della Fiat non stavano nel costo del lavoro, che rappresenta il 6-7% del totale del costo del prodotto. Le cause andavano cercate altrove.
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