Recensione: Tecla, di Antonella Griseri (Eco del Libro) 07 / 09 / 2010 - Terzo capitolo del settimanale appuntamento con la lettura da noi consigliata, attraverso la rubrica "Eco del Libro".
Immaginate di percorrere una strada di campagna, magari a bordo della vostra fedele bicicletta, di ritorno da una bella pedalata tra i prati verdi circondati da montagne maestose. Immaginate la brezza novembrina che vi arrossa le gote ed inebria lo spirito ad ogni respiro. Ancora pochi minuti e tornerete dalla vostra famiglia, nella vostra casa, dove vi attende una tazza di the caldo e una sostanziosa merenda. Già sentite il tepore della stufa accesa che scaccia via l’umidità della sera... e poi vi fermate, immobili, poggiando un piede a terra. Un cancello. Un cancello posto a guardia del nulla. Alto, solenne e arrugginito, spoglio di qualsiasi recinzione. “Come l’unica parte visibile di una cancellata fantasma”. E davanti a questa porta maledetta lui, don Manuel, il sacerdote del paese. Giovane, di bell’aspetto, che cinge un crocifisso in una mano, il capo chino e concentrato nel ripetere all’infinito vane preghiere. Dietro al cancello e fino all’orizzonte la natura pare adirarsi, ululare di dolore e avvinghiarsi su se stessa udendo le sacre parole del prete. E lassù, in alto, oltre il bosco, un’antica e dimenticata villa, che si staglia davanti al cielo plumbeo come un antico mausoleo, invaso da edere e rovi. La dimora di Tecla…
Antonella Griseri, (Mondovì ,Cuneo 1 marzo 1973), laureata in Lettere ad indirizzo artistico musicale e dello spettacolo, oltre ad essere un’affermata scrittrice si occupa anche di teatro, come attrice e regista. Dalla sua penna hanno visto la luce Nonno Livio (Maremmani editore, 1997), Come il Fiume (Alkalea, 1999), i racconti “Ombre” e “Aquila” (vincitori del premio Giuria e Miglior racconto al concorso letterario “ Alpi del Mare”), Dell’amore ed altri versi (Edizioni Gli Spigolatori, 2008), Lingua di confine (Collana “Le Vene”, 2008). Prima che nevichi (Kimerik, 2010).
Con Tecla (Kimerik, 2009), Antonella Griseri ricama un romanzo poeticamente gotico, magistralmente equilibrato ed imperniato nei due ingredienti principi di tale filone narrativo: terribile e sublime. L’ambientazione è chiaramente medioevale ma circoscritta nella quotidianità. Il luogo della vicenda è uno sperduto paese di montagna dalle tipiche tinte alpine. Poche costruzioni che circondano l’unica piazza, abitate da onesti e affaccendati lavoratori della terra e curatori di bestiame. E poi la parrocchia, meta e dimora di quelle anime peccatrici che ripongono nella religione sì la ricerca della salvezza eterna, ma anche usi e costumi e quotidianità. E proprio nella descrizione degli ambienti che si gustano le prime leccornie narrative del romanzo: la vecchia canonica costituita da numerose stanze celate da robuste serrature e porte all’apparenza inviolabili, pendole che rintoccano alle ore più disparate della notte, una miriade di immagini sacre, specchi ciechi. E proprio tra lemura della casa del prete che si svolge gran parte della vicenda ed è qui che troviamo le descrizioni più avvolgenti e curate, condite da dialoghi perfettamente integrati con l’atmosfera solitaria e un poco lugubre che accompagna il protagonista, Don Manuel, giovane parroco da poco trasferito in questo paese dimenticato da Dio. E’ la sottile ricerca di quotidianità che trafigge il muro della banalità. Il narrare di questioni all’apparenza normali che però nascondono il mistero, il terribile. Una velata e ben distribuita dialettica regionale (senza alcuna esagerazione, lasciando il gotico cavalleresco da padrone) e una terminologia mirata impreziosiscono la scrittura. Il pathos cresce da sé, senza spinta alcuna, coccolato e cullato da termini sempre precisi e appropriati e cadenze strutturali armoniose, quasi poetiche. Quando poi l’autrice decide di dare una svolta alla vicenda, ecco che ci riporta indietro nel tempo, innalzando il lettore a cospetto del sublime. Qui ci troviamo dinanzi alla seconda protagonista della storia, una fanciulla di nobili arti e origini, soggiogata dall’amore e qui veniamo richiamati dal secondo, fondamentale, aspetto del romanzo gotico. L’amore non corrisposto. Stati d’animo palpabili e ben definiti nelle loro miriadi di sfumature, versi amorosi trascritti su biglietti e chiazzati di lacrime, turbolenti momenti di solitudine al cospetto della natura incontaminata delle Alpi ma anche accettazione di dolore e pietose preghiere al Signore. Non c’è soluzione a codesto mistero umano, non vi è rassegnazione nonostante la volontà di dimenticare, alcuna cura potrebbe allietare le notti della povera fanciulla. E viene da chiedersi: ma è davvero una sfortuna l’innamoramento? Ad ogni pagina voltata c’è pena e pietà per così tanta sofferenza, eppure anche questa parte di romanzo non risulta monotona, romantica o sdolcinata. Anche qui il terribile trova una breccia, e si insinua come aria tiepida e odorosa di fiori appassiti, tenace ma silenziosa. Così necessario e ovviamente equilibrato dacoagularsi perfettamente con la narrativa fresca e ariosa del tutto, mostrando le sorti della nostra ragazza come un mito da venerare con la lettura che da sé si manterrà attenta e appassionata. Leggendo Tecla si arriverà a tendere le mani al Diavolo, perché tutto parla in questo romanzo, bene e male nelle loro divagazioni più torbide e altisonanti sempre all’interno di una sfera quotidiana collocata in quel clima novembrino dai cieli avidi di luce e venti tanto freddi da insinuarsi nei cuori deboli sino a farli perire.
Buona lettura
(Marco Cattarulla)
Tecla di Antonella Griseri Casa Editrice Kimerik 2009 254 pagine 14 euro
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