Teatro - 'Io, l'erede' di Eduardo De Filippo, a Moncalieri (06-10 feb)

La commedia, ispirata a un "fatterello" autobiografico, scritta da Eduardo in napoletano nel 1942 e riscritta "in lingua" nel 1968, si apre sulla commemorazione funebre di Prospero Ribera. I Selciano, tra loro il capofamiglia, l’avvocato Amedeo, sono riuniti per ricordare il caro estinto: per ben trentasette anni, infatti, il Ribera, grazie alla generosità del vecchio Selciano, ha vissuto come ospite fisso della famiglia, da sempre impegnata in opere di beneficenza. Improvvisamente bussa alla porta il figlio di Prospero, Ludovico, il quale reclama per sé il posto del padre. Nonostante un certo sconcerto e imbarazzo, nessuno dei Selciano riesce a contrapporre validi argomenti alle motivazioni addotte con forza da Ludovico. Dal paradosso iniziale si passa così alla vita quotidiana, che non manca di riservare sorprese al povero ospite: sarà veramente solo il buon cuore ad aver spinto la famiglia Selciano ad accogliere il padre in casa propria?
Nella sua lettura Andrée Ruth Shammah sviluppa la vicenda accentuando i lati comici di un esplosivo (rischioso) divertimento. La regista mette in moto un meccanismo di fatti e personaggi di aspra buffoneria, portando in primo piano la figura di Ludovico Ribera che, con la coerenza del suo comportamento, smaschera il “buonismo” ipocrita di cui i Selciano sono emblema.
L’allestimento, nelle intenzioni della regista, supera inoltre un "certo eduardismo" per interpretare l’autore napoletano come un vero e proprio classico del Novecento.
"Prima di tutto -scrive Andrée Ruth Shammah- io vorrei dire che questo è un testo-rivelazione. Uno lo legge e dice: com’è bello. Non sa ancora quanto arriverà ad esserlo una volta messo in scena, ma sente subito che è un grande testo e avverte la necessità di andare a capire perché ha avuto una vita tanto travagliata. Lo stesso Eduardo accredita la storia dei dissapori con Peppino che lo recitava malvolentieri. In realtà si capisce che la ragione sta nella sua grandezza: era un testo molto in anticipo sui tempi per la lucidità del giudizio su una certa società e per la cattiveria/violenza che contiene. È quasi un’autobiografia delle amarezze e come poteva avere successo il tormento che c’è dentro? Allora – dice Eduardo – se lo faccio in italiano forse diventa più astratto, gli spettatori si sentono meno colpiti perché s’identificano meno con quei personaggi mostruosi. Ma la storia rimane intrigante perché poi Eduardo non lo riprenderà più, lasciando che siano altri a metterlo in scena e il successo arriverà solo negli anni Ottanta, ma anche lì non sarà perentorio, definitivo, tale da consacrare la commedia tra le grandi opere. Eppure questa vita segreta del testo è bellissima perché ti accorgi che non solo non è scritta in napoletano, ma nemmeno è pensata in napoletano. Scopri che ha dentro Feydeau – quello non delle macchiette, ma dei capolavori che bollano un’epoca dileggiandola – ha dentro Molière, nel personaggio paradossale che s’infila in una famiglia e la scardina, come Tartufo con Orgon. Lui non è migliore di loro però viene per fare la morale. Le assurdità di certi dialoghi apparentemente quotidiani sembrano prese dalla Cantatrice calva di Jonesco. E quando poi arrivi a certe scene corali, tenute dentro un’atmosfera sospesa, sembra di essere davanti a Pinter. Insomma, c’è dentro il grande teatro, tutta la problematica dell’uomo moderno. Il passaggio dal dialetto all’italiano è anche uno scarto del pensiero. Trasferire il pensiero dalla forma napoletana a un assoluto, da un atteggiamento naturale a un altro astratto, straniato, ma nello spirito di Eduardo, che non ammette schematismi, che ci ha insegnato il valore dell’ambiguità, come quando, in scena, diceva una battuta e ne contraddiceva il significato con un movimento delle sopracciglia. Eduardo segreto, intrigante, sorprendente e sempre divertente: così ci seduceva. E così intrigante, divertente e sorprendente mi auguro che questo spettacolo sia capace di sedurre gli spettatori".

"Io, l’erede"
di Eduardo De Filippo
regia: Andrèe Ruth Shammah
scene e costumi: Gian Maurizio Fercioni
luci: Marcello Jazzetti
musiche: Michele Tadini
interpretato da:
Geppy Gleijeses (Ludovico Ribera), Milvia Marigliano (Dorotea Selciano), Marianella Bargilli (Adele), affiancati in scena da Umberto Bellissimo (Amedeo Selciano), Gabriella Franchini (Margherita), Ferruccio Ferrante (Lorenzo De Ricco/Cassese), Valentina Tonelli (Bice), Antonio Ferrante (Ernesto), Margherita Di Rauso (Caterina).
coprodotto dal Teatro Stabile di Calabria e dal Teatro Franco Parenti di Milano
- Quando?
da mercoledì 6 a sabato 9 febbraio 2008
ore 20.45
domenica 10 febbraio 2008
ore 15.30
- Dove?
Limone Fonderie Teatrali - Sala grande
via Pastrengo 88, Moncalieri (Torino)
- Costo?
19 euro
05 / 02 / 2008
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