Sotto i portici di Torino. Simpatiche storie di una volta

Pagina aggiornata il 5 Febbraio, 2024

Un Torinese senza i portici è un uomo morto“.

Così scriveva Alberto Viriglio nel libro “Torino e i Torinesi. Minuzie e Memorie” del 1898. E continuava con “I portici costituiscono una delle migliori caratteristiche edilizie della città e deve esserne remota la moda“.

Infatti, sembra che lo stile torinese risalga addirittura all’anno 870, più di mille anni fa.
Il vescovo di allora, Amulo (o Amolo), non era molto amato dai cittadini. Una volta cacciato, per vendetta, distrusse “i molti porticati che circondavano Torino e servivano di passeggio ai cittadini“.

L’autore di fine ‘800 ci teneva a precisare che per “portici” si intendono “quelli di piazza Castello, della Fiera” e quelli di via Po. Divenuti “sacri dal 1675 agli svaghi dell’esistenza bighellona“. Tutti gli altri, più e meno grandi, erano sono passaggi al coperto. Utili in caso di pioggia o neve, ma senza un significato “speciale” perché “non parlano al cuore“.

I portici di via Po raggiunsero il massimo splendore nel periodo che portò all’Unità d’Italia, con Torino capitale. Tra il 1848 e il 1860 la loro evoluzione “verso l’Italia nova“.

L’aristocrazia, la borghesia, il commercio, la burocrazia, l’arte e l’agricoltura vi si davano la mano” mischiandosi e sfoggiando quanto più lusso possibile.

Sotto i portici si facevano grandi affari, fiorivano intensi amori e si parlava di politica. Ribassi di borsa, compravendita di cavalli, contratti di matrimonio e dichiarazioni di guerra.

Gli artisti vi cercavano la giusta ispirazione, la cuoca vi trovava gli strumenti necessari e le spezie per cucinare, funghi e patate. Il giornalista vi si recava per trovare nuove storie da raccontare.

I Ministri di Stato, i Grandi della Corona, le falangi di Cavalieri Mauriziani davano udienza sotto i portici, ammettevano i forastieri al loro cospetto e vi trattavano quegli affari di Governo che non avevano avuto tempo od agio di sbrigare all’ufficio“. Insomma, tutti i personaggi più importanti frequentavano il lungo porticato.

Alberto Viriglio, sempre a fine 1800, ci racconta di portici meno politico-amministrativi rispetto al passato. Tuttavia, sempre più eleganti. Lì si incontravano, tutti i giorni, torinesi di ogni classe sociale. “Dame e pedine“, distinguibili solo dai saluti esageratamente rispettosi o volgarmente confidenziali degli uomini che compravano loro vestiti e gioielli.

L'Ombra del Galantuomo. I baffoni che andavano di moda nel 1800 a Torino.

Ai suoi tempi erano scomparse le importanti figure del Rinascimento ma non il loro ricordo. E aggiunge “..è ancora di moda l’acconciarsi baffoni e pizzo alla Vittorio Emanuele (ndr, nato nel 1820 e morto nel 1878), sicché non di rado avviene d’imbattersi in un tentativo di Re Galantuomo o in tuba e stifellius, o nell’assisa cinegetica di Valsavaranche completata dal cappello a cono immancabile e dalla tradizionale penna di fagiano“.

Sotto i portici, ci si può poi imbattere anche in un Massimo d’Azeglio, finto ma particolarmente somigliante, soprattutto d’inverno con il “pipistrello di piazza Carlo Felice“. Lo scrittore fa riferimento al monumento dedicato al d’Azeglio, inizialmente situato davanti a Porta Nuova e poi spostato nell’omonimo corso; la statua lo raffigurava con la tipica mantellina che andava di moda dell’epoca e che veniva appunto chiamata “pipistrello”.

Sempre in piazza Carlo Felice, il Viriglio ricorda un panettiere, il cui abbigliamento lo faceva sembrare lo Scià di Persia. Vengono poi ricordate alcune imitazioni involontarie:

  • il giornalaio del Caffè Mogna (piazza Carlo Felice) che assomigliava a Cavour;
  • “Depretis” vendeva fiammiferi e anelli per le chiavi;
  • un somigliante Giolitti prima vendeva ostriche, poi “bastoni odoranti“;
  • un colonnello dei Carabinieri sembrava Tommaso Villa;
  • il proprietario del Caffè dello Scalo (Porta Nuova) era il sosia di Federico Guglielmo di Prussia;
  • Mosé non è completamente sparito dalla faccia della terra“: lo si riconosce nei tratti del professore Alessandro Volante, “arguto scopritore di nuove ed ardite teoriche cosmografiche“.

Dai personaggi che facilmente si incontravano all’epoca, l’autore passa all’aspetto commerciale.

Specialità e lustro dei nostri portici sono pure i brillanti negozi dalle bacheche suggestionanti e i baracconi: specie di botteghe-bomboniere addossate o intercalate ai pilastri“. Questi baracconi, inizialmente non voluti dal Vicariato, vennero poi ammessi a condizione che fossero costruiti in modo regolare e uniforme; inoltre dovevano avere, sulla porta, una lanterna accesa di notte.

Sempre sull’argomento, lo scrittore ci tiene a sottolineare che non si riferisce “agli spacci di cocco fresco né alle ostensioni ortopediche e sospensive” che si trovavano dalle parti della Chiesa di San Lorenzo (piazza Castello). “Né tanto meno, alle collezioni di uccelli del Brasile o di piccole sì, ma ripugnanti salamandre terrestri che mettono un brivido sotto la pelle“.

Passeggiando per il porticato si formerebbe la convinzione che “Torino non è scevra di talune superstizioncelle e non rifugge da minute pratiche di piccola fattucchieria“. Qui, Alberto Viriglio ricorre ad un altro elenco di particolari personaggi:

  • un ricco patrizio che non abbandona mai il porchettino porta fortuna“;
  • l’avvocato civilista con il “dente molare” a mo’ di ciondolo;
  • il magistrato che “accarezza il croissant“;
  • il prefetto con il “chiodo cavallino” e il consigliere comunale con il “gobbetto“;
  • un giornalista con il “corno di corallo“, un prete con il “morso“, un duca con il “ferro equino a sette capocchie“..

L’autore infine ammette: “io stesso..(chi di voi è senza peccato getti il primo la pietra) tolgo dalla circolazione qualunque moneta bucata mi passi a tiro e ho un bel (13) per spillone“.

Qui arriva una “chicca” davvero interessante. Viriglio ci informa che a Torino, in circa una ventina di strade, non esisteva il numero 13 come civico. Questo era stato sostituito da un più rassicurante “11 bis”.

Parlando di questi fantasiosi portafortuna aggiunge che, se interpellati, i possessori vi mentirebbero affermando che sono regali e non loro oggetti.

Portici di Torino e monumento. Piazza Lagrange
Portici tra piazza Lagrange e piazza Carlo Felice a Torino

Qui terminiamo la prima parte di queste affascianti storie legate ai portici di Torino. In un prossimo articolo troverete il resto. Nel frattempo vi segnaliamo l’interessante pagina “Quali sono le città italiane con più portici” e la nostra sezione “Torino storie“. Tra le iniziative culturali segnaliamo l’appuntamento con i libri di “Portici di Carta“.

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